sabato 23 marzo 2013
HAREM
DI RITA BELLACOSA
Nella civiltà islamica le donne hanno fatto parte della categoria degli oppressi, dei deboli, in tutti i periodi storici. Sono nati quindi i vari stereotipi sull’harem e sulle donne totalmente schiavizzate, sottomesse ai loro uomini, invisibili sotto il velo e costrette ad accettare una non voluta pratica poligamica. L’harem è lo spazio privato, è la casa, la famiglia, il regno della donna e della riproduzione. In contrapposizione ci sono lo spazio pubblico e le sue attività che riguardano l’uomo: la caccia, la guerra e la politica. Studi più recenti, anche ad opera di studiosi islamici hanno sfatato, almeno in parte, questi miti e hanno offerto una visione più veritiera della situazione delle donne nel corso dei secoli. Nella religione islamica il matrimonio tra uomo e donna è considerato un atto puramente legale, l’unione coniugale nell’Islam non ha nulla di sacro. Perciò i figli nati dalle mogli o dalle concubine hanno pari dignità e pari diritti, anche quando si tratta di successioni. Per questo molti sultani erano figli di schiave che coprivano importanti ruoli di gestione e influenza nello Stato. L’organizzazione dell’harem pare un’eredità dei Bizantini, che già da secoli avevano fatto loro l’istituzione del gineceo. Nell’harem di Costantinopoli vivevano principalmente le mogli e le concubine del sultano con i loro figli. Questi ultimi ricevevano dalle loro madri la prima educazione che consisteva nell’imparare a leggere e a scrivere e più avanti, per le figlie, nell’imparare a cucinare, ricamare, cantare e suonare uno strumento. Le donne avevano quindi una discreta cultura e a volte anche una “conoscenza della letteratura e delle scienze positive”Accanto a loro troviamo nutrici, odalische(cameriere) e gli eunuchi, i “custodi del talamo”. L’organizzazione dell’harem seguiva quella del Palazzo imperiale, e puntualmente ad ogni funzionario di Stato corrispondeva una donna con eguali mansioni nel reparto femminile”. Esistevano la baskatibe (caposegretaria), la vekil usta (per la sovraintendenza delle odalische), la capoinfermiera, la kahya kaden, la donna di più altro grado e via dicendo. Una società ben strutturata dunque, dove non mancava il lusso ma che nulla aveva a che vedere con le dissolutezze e i piaceri che hanno fatto sognare i molti viaggiatori dei secoli passati. La musica era molto importante nell’harem. Essa non mancava mai durante le diverse feste ed esistevano bande militari e orchestre di odalische. Per le fanciulle dell’harem avevano luogo lezioni di musica e di canto più volte alla settimana e le migliori potevano anche recarsi a studiare nelle case di grandi maestri. La sultana gestiva tutti i movimenti dell’harem, aveva sue rendite e partecipava alla gestione dell’impero anche quando i figli erano piccoli, poiché essi erano affidati alla madre sino al compimento del dodicesimo anno. La sultana aveva anche il compito di approvare le donne del sultano e spesso lei in occasioni di reggenze o altro si occupava della “cosa pubblica. Non tutte le madri di sultano vennero chiamate sultane, non lo furono quelle che ad esempio morirono prima della salita al trono del figlio e nemmeno le madri adottive. La prima ad avere il titolo fu Baffa, madre di Solimano il Magnifico e l’ultima fu Pertevniyàl, madre di Abdulaziz (1871-1876). Hurrem-Roxelane (1506 ca.-1558) e Safiyye (1550 ca.- 1605) testimoniano con la loro origine la multietnicità dell’harem e della corte di Istanbul. Hurrem-Roxelane era probabilmente polacca, forse si chiamava Alexandra Lisowska ed era figlia di un prete ortodosso; riuscì a sposare legalmente Solimano il Magnifico(1520-1566) e s’impose in una campagna denigratoria nei confronti del primo ministro Ibrahim Pascià, e riuscì a convincere il marito ad allontanare il ministro Kasem Pascià Guzelce e Lutfi Pascià, comandante della flotta che nel 1537 aveva tentato di sbarcare in Puglia. A lei molti poeti europei dedicarono opere , ispirati dal fascino del potere che riuscì ad esercitare e all’incendio del 25 gennaio 1541 che distrusse parte del Vecchio Palazzo dove si trovava l’harem e costrinse Roxelane e il suo seguito di donne a trasferirsi nel Nuovo Palazzo, a stretto contatto con il cuore stesso dell’Impero. Iniziò cosi quello che viene definito l’”impero delle donne”. Safiyye era invece veneziana, figlia di Zuane Baffo, prefetto di Corfù. Sposò Mehmed III (1595-1603) ed è nota per la sua attività quasi da diplomatica. È lei che con una lettera diretta ai suoi connazionali della Repubblica di Venezia evitò che la guerra dichiarata dai Turchi all’Austria (1593-1606)coinvolgesse anche la Serenissima. Nello stesso tempo intrattenne una corrispondenza con la regina italiana di Francia Caterina de’ Medici (1519-1589) e forse anche con l’ambasciatore di Elisabetta I d’Inghilterra (1533-1603).Ed è in seguito a quest’ultima presunta corrispondenza che il sultano Murad III avrebbe modificato le disposizioni daziali nei riguardi delle navi inglesi. Donne che hanno svolto un ruolo politico nella società islamica, le sultane mamelucche, le mongole, le arabe yemenite e di Saba, le regine delle isole asiatiche e anche le gariyah (schiave) che condussero una “rivoluzione di harem”. Alle donne e al popolo è interdetto l’esercizio della politica e quando le prime vi riescono lo fanno sempre seguendo gli schemi prestabiliti dagli uomini e sono costrette a farlo partendo dall’harem.
TUTTI I DIRITTI RISERVATI. RITA BELLACOSA 2012
martedì 12 marzo 2013
ROMANA
La palma d’oro in assoluto dell'eleganza va alla studiosa Rita Bellacosa. Appartenente ad una delle famiglie più antiche e prestigiose d’Italia, Rita Bellacosa é l’ultima rappresentante di un’eleganza pura, raffinata, estranea ad eccessi e pacchianeria. Nessuno conosce la sua età; enigmatica e carismatica quanto basta per divenire un’icona di stile, ha classe da vendere ed é una maestra di dress-code. Perfettamente a suo agio in ogni mise, minimale ma sofisticata come poche donne oggigiorno. Se é vero che “Il bruto si copre, l’arricchito e lo sciocco si addobbano, solo l’uomo elegante si veste” -Honoré de Balzac docet – Rita Bellacosa il senso dello stile, lo ha innato. Estetica ed edonismo, cultura e minimalismo, convivono in questa disincantata scrittrice, come una cura per il dettaglio che fa la differenza. Rita è senza dubbio l’ultima esponente di un concetto di eleganza che sta lentamente estinguendosi, fatto di ricercatezza, originalità, ma anche garbo e buone maniere. CENNI BIOGRAFICI PROF DOTT RITA BELLACOSA Scrittrice archeologa giornalista Dimostra che il culto della Dea Artemide si praticava nella Magna Graecia sin dal lontano VI secolo a C esaminando frammenti di scritti del poeta greco Bacchilide vissuto proprio nel VI secolo, il che le vale una menzione nelle Enciclopedie di settore e credito sociale negli àmbiti colti. Nasce il Saggio ‘ARTEMIDE’ ( 2003) che attira l’attenzione di esponenti di intellettuali francesi che cominciano a corteggiarne la presenza in terra d’oltralpe. Così la Nostra si ritrova in Francia dove, accanto ad un’intensa quanto gratificante frequentazione degli ambienti raffinati dell’intellighenzia parigina, alterna studi d’Arte alla prestigiosa Sorbonne. Ritorna in Patria per ricoprire il ruolo di conferenziera ed esperta nella lingua latina e greca e produce manuali di grammatica greca, ‘Γράμματα’ e latina ‘ACCIPE!’. Sono anni di accumulazione di titoli culturali e fatiche professionali. Nel 2005 diventa bersaglio dei media internazionali a causa delle sue frequentazioni in ambito cinematografico e decide di raccontarsi nell’autobiografia ‘ La mia vita’ ( 2009). Successivamente pubblica il romanzo ‘LE INUTILI APPARENZE’ (2011) in cui investiga sulle dinamiche del successo. Nella lingua di Parigi scrive ‘AMÉLIE’( 2011), storia di una donna alla ricerca di se stessa. Segue il Saggio sul culto antico ‘TEMPLA. Passeggiate spirituali pompeiane’ (2011). Rita cura rubriche fisse su giornali italiani e scrive occasionalmente su stranieri. Recenti impegni: ARA PACIS, Le avanguardie russe, partecipazione ai lavori preparatori per l’imminente restauro del COLOSSEO, il MAGGIO FIORENTINO MUSICALE in tournée in Sud America, la MOSTRA sui PAPI presso Castel S. Angelo, il convegno sullo sviluppo del turismo e i rapporti tra l’Italia e il Sud America. La sua solidarietà si esplica in un instancabile attivismo nelle Cause Umanitarie e da anni si batte a favore del Darfur.
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